p 96 .

Paragrafo 7 . La politica e lo stato.
     
Platone   forse l'unico, tra i discepoli di Socrate, che  continua
l'impegno  politico del maestro: mentre i megarici  e  i  cirenaici
cercano  la serenit lontano dalle vicende dello stato e  i  cinici
irridono  ai  politici, Platone, convinto che la ricerca  del  Bene
parta da questa Terra, non pu trascurare la ricerca del Bene dello
stato, cio di quale sia lo stato migliore.
     A questa ricerca sono dedicati in particolare due dialoghi, la
Repubblica  e  le Leggi, anche se il problema politico  compare  in
molti altri scritti.
     Prima  di ogni altra considerazione  necessario partire dalla
definizione di che cosa  lo stato e come nasce. Platone chiama  lo
stato  repubblica  (politea).  La  repubblica    costituita   dai
cittadini  che  vivono  secondo un ordinamento,  una  costituzione.
Ovviamente alle diverse costituzioni corrispondono diversi tipi  di
governo, quali l'oligarchico, il democratico, il tirannico. Platone
incentra  la  sua riflessione politica sulla natura e  sull'origine
dello  stato,  sui cittadini, sui loro diritti e  doveri,  e  sulle
forme di governo.
     
Perch lo stato.
     
Nella  Repubblica Platone cerca di dare una risposta definitiva  al
problema posto dall'insegnamento e dalla morte di Socrate: che cosa
 la Giustizia.
     Lo  stato  lo strumento per realizzare la giustizia su questa
Terra:  molti  stati esistenti - forse tutti -  sono  ingiusti,  ma
questo  non impedisce di pensare alla realizzabilit di  uno  stato
giusto,  anche  perch  stati giusti sono esistiti  in  un  lontano
passato.  "Uno stato nasce perch ciascuno di noi non  basta  a  se
stesso, ma ha molti bisogni"(28).
     La  visione  di  Platone  del mondo sociale  e  produttivo  si
colloca  agli antipodi di quella di Diogene di Sinope:  agli  occhi
del  cinico non solo ognuno deve bastare a se stesso, ma gran parte
dei  bisogni  sono superflui (egli non esita a gettare  la  ciotola
quando si accorge che si pu bere dal palmo della mano); agli occhi
di  Platone ciascun individuo  inserito in un complesso meccanismo
di produzione e di scambi non molto dissimile da quello moderno. La
divisione   del  lavoro  -  un  tema  centrale  della   riflessione
filosofica ed economica dei secoli diciannovesimo
     
     p 97 .
     
     e  ventesimo -  gi descritta con chiarezza da Platone: se si
vuole  che  i  prodotti siano i migliori possibili  necessaria  la
specializzazione; l'agricoltore, ad esempio, ha bisogno di chi  gli
costruisca  gli  utensili  e  gli  abiti,  di  chi  provveda   alla
costruzione delle case (Diogene abitava in una botte),  di  chi  si
occupi  dell'allevamento  degli animali  per  procurare  bestie  da
trasporto, cibo, pelli e lana da tessere, e, infine, siccome non  
possibile concentrare tutte le produzioni in un solo luogo, saranno
necessarie  le  importazioni  e  quindi  i  mercanti:   allora   la
produzione  interna, per compensare le importazioni,  dovr  essere
superiore  al  fabbisogno e quindi dovr aumentare il numero  degli
artigiani   e  degli  agricoltori  e  degli  agenti  addetti   alle
importazioni e alle esportazioni.
     Per organizzare e armonizzare tutte queste diverse attivit  
nato lo stato e con esso sono nati il mercato e la moneta.(29)
     L'individuo non basta a se stesso, a soddisfare tutti  i  suoi
bisogni,  perch  gli  uomini  sono diversi  tra  loro;  ognuno  ha
particolari   attitudini  che    bene  sviluppi  al  massimo   per
realizzare se stesso, lasciando che altri si dedichi a ci  in  cui
riesce meglio.
     Lo  stato  una risposta naturale alla naturale diversit  tra
gli uomini.
     
I cittadini.
     
Gli  uomini,  quindi,  non  sono uguali tra  loro.(30)  Questo  per
Platone  un dato naturale: non solo ci sono Greci e barbari, ma ci
sono  diverse  citt  (stati) all'interno  della  Grecia  e  quindi
possono esserci amici e nemici, cos come, all'interno dello stesso
stato, si presentano tra i cittadini differenze naturali.
     Abbiamo  gi  visto  che, al momento  di  unirsi  a  un  corpo
mortale,  le  anime sono differenziate a seconda di  quanta  Verit
esse  abbiano  contemplato; abbiamo visto  anche  la  gerarchia  di
funzioni sociali che Platone propone dal filosofo al tiranno.
     Abbiamo  inoltre  visto come ciascuna anima sia  tripartita  e
quindi,  come, a prescindere da quante Idee abbia visto  nel  mondo
iperuranio, ciascuna abbia delle peculiarit proprie: la prevalenza
in  alcune  dell'elemento  concupiscibile  e  in  altre  di  quello
irascibile  o animoso pu rendere difficile il compito della  parte
razionale; in altre ancora l'elemento razionale pu essere in grado
di controllare agevolmente gli altri due.
     Questi due fattori, la visione delle Idee e le caratteristiche
dell'anima   individuale,   concorrono   alla   definizione   della
collocazione  sociale di ciascun uomo: coloro  che  hanno  un'anima
dominata  dalla ragione e hanno contemplato in misura  maggiore  le
Idee avranno un ruolo preminente e di guida nello stato, saranno  i
governanti;  quelli invece in cui prevale il coraggio, l'animosit,
saranno  i  difensori  dello  stato, i  guerrieri;  quanti  infine,
attaccati al mondo terreno,
     
     p 98 .
     
     hanno  contemplato  una  piccola parte  di  Verit  saranno  i
produttori,  gli  artigiani e gli operai. Per  ciascuna  di  queste
classi  Platone indica anche la virt precipua: la saggezza  per  i
governanti,  il  coraggio per i guerrieri, la  temperanza  per  gli
artigiani e gli operai.
     Partendo  dalla tripartizione dell'anima Platone  sostenitore
di una societ rigorosamente divisa in classi come l'unica conforme
alla  struttura del reale, cio come l'unica razionale.(31)  Ognuno
collabora  alla creazione di uno stato giusto e al suo mantenimento
adempiendo fino in fondo al compito cui  destinato.(32)
     
I governanti.

Qualche  problema pu nascere con i governanti. Lo stato  giusto  
quello  che  pi si avvicina all'ideale giustizia, che maggiormente
partecipa dell'Idea di Giustizia. Solo coloro la cui anima  pi  di
ogni altra ha contemplato il Mondo delle Idee, possono garantire il
governo di uno stato giusto.
     Platone  affida ai filosofi il compito di governare lo  stato.
Ma  il  filosofo  colui che, oltre a disporre di un'anima  che  ha
avuto  la  visione  del  Vero  prima  di  incarnarsi,  si    anche
impegnato,  nella  sua  vita terrena, in  una  ricerca  che  lo  ha
condotto  all'epistme.  Diventa  quindi  un'impresa  molto   ardua
convincere  un  filosofo ad occuparsi delle cose dello  stato,  dal
momento  che   riuscito a cogliere una dimensione dell'Essere  che
trascende il mondo sensibile.
     Su questo punto Platone  decisamente intransigente: una volta
riconosciuto  che  giusto e utile che i filosofi  governino,  essi
saranno  costretti a governare: coloro che hanno avuto  la  visione
della  luce  del Sole, i filosofi, "non vorranno certo ridiscendere
presso  quei  prigionieri [l'allusione  al mito della  caverna]  e
partecipare  delle  fatiche  e  degli  onori  del  loro  mondo,   a
prescindere  dalla maggiore o minore loro importanza".  I  filosofi
quindi  dovranno  essere  convinti  e  costretti  a  governare:   i
risultati  saranno rivoluzionari perch "ciascuno  di  essi  va  al
governo di obbligo, mentre chi governa oggid nei singoli stati  si
comporta in modo opposto".(33)
     
Il "comunismo" di Platone.
     
La  struttura  della  societ ideale di  Platone    una  struttura
rigidamente classista (ognuno svolga il compito che la  natura  gli
ha  assegnato), ma, all'interno della classe destinata a governare,
i rapporti sono improntati a princpi di tipo comunistico.
     I  governanti  saranno interamente mantenuti dallo  stato  "in
misura  n  maggiore  n  minore del loro  annuo  fabbisogno",  non
possederanno  oro  e  denaro  e non potranno  nemmeno  maneggiarli;
avranno abitazioni comuni, mangeranno alla mensa comune e anche  il
rapporto  con  le  donne che vivono con loro sar comunitario  e  i
figli saranno comuni.(34)
     
     p 99 .
     
     Ci  che spinge Platone a progettare per i governanti filosofi
un  regime di vita cos radicalmente comunitario  la necessit che
essi    siano   preoccupati   solo   di   governare:    la    corsa
all'arricchimento  personale, a volere emergere nelle  competizioni
sociali,  le  passioni e gli intrighi cui sottostanno i  governanti
sono  la  causa principale della rovina degli stati.  Cos  Platone
pensa  che  nel  suo stato ideale le cause di tale  rovina  debbano
essere eliminate alla radice.
     
Le diverse forme di governo.
     
Le  costituzioni - afferma Platone - "non nascono da una quercia  o
da  una  roccia",  ma  "dai caratteri dei  cittadini";  pertanto  
possibile individuare una corrispondenza fra i temperamenti umani e
le forme di governo.
     La migliore forma di governo, in cui i saggi reggono lo stato,
   indubbiamente   l'aristocrazia  (che  letteralmente   significa
"governo dei migliori"): questo tipo di costituzione non esiste  da
nessuna parte, ma  esistito e si  corrotto perch, come tutte  le
cose  che  nascono, anche la migliore costituzione pu corrompersi.
Per  Platone  per possibile tornare a quella forma di  stato  che
garantisce il massimo della giustizia nei rapporti fra gli uomini.
     La  costruzione della repubblica ideale passa anche attraverso
l'analisi critica delle forme di costituzione esistenti: la  prima,
"che  riscuote  l'elogio  dei pi",   la  costituzione  cretese  e
laconica,(35)  la  seconda   quella oligarchica,  la  terza    la
democratica  e  la  quarta  la tirannide, "che si  distingue  "fra
tutte le precedenti".(36)
     Quando  i  migliori  (ristoi), per una serie  di  errori,(37)
allevano  una  generazione di giovani poco colti,  le  funzioni  di
governo   passano  nelle  mani  di  persone  prive  delle   qualit
necessarie  per  governare e persino della capacit di  riconoscere
quelle qualit: allora nello stato si genera la discordia. Le varie
classi  entrano  in  conflitto tra loro:  le  inferiori  mirano  ad
arricchirsi  e  ogni tentativo dei migliori di riportare  l'armonia
diventa  vano. E' facile allora che si affermino quanti, dotati  di
particolare  coraggio e "animosit", siano in grado  di  usare  gli
inganni  e  gli  accorgimenti  propri  della  guerra.  Costoro  non
governano  con  saggezza,  anche quando  promulgano  leggi  giuste:
bramano solo arricchimenti personali e possiedono "ripostigli" dove
nascondere i loro tesori accumulati ingiustamente.
     Questo  tipo di governo, retto da uomini "animosi", pu quindi
essere definito timocratico.
     La costituzione oligarchica ("governo di pochi")  fondata sul
censo:  "I  ricchi governano, mentre il povero non pu  partecipare
del potere". A far degenerare il governo timocratico in oligarchico
  "quel  ripostiglio  che  ciascuno colma  d'oro":  i  governanti,
assetati di ricchezza, distorcono le leggi, non obbediscono
     
     p 100 .
     
     ad  esse,  n  loro  n  le loro donne, gareggiano  a  vicenda
nell'arricchirsi  e,  in  questo  modo,  inducono   il   popolo   a
comportarsi come loro. Chiunque riesce ad arricchirsi  ammirato  e
colmato  di  lodi.  Allora vengono fatte  leggi  che  pongono  come
condizione  per  governare  una certa quantit  di  ricchezza:  pi
elevata  questa quantit, pi forte  l'oligarchia.
     I limiti di questo tipo di costituzione sono evidenti: pensa -
scrive Platone - se si affidasse il governo di una nave a un pilota
scelto per censo e non per capacit! Inoltre con la costituzione di
tipo oligarchico lo stato perde la sua unit: si divide in due, c'
lo stato dei ricchi e quello dei poveri.
     I   governanti  dei  regimi  oligarchici  "sono  negligenti  e
permettono  una vita dissoluta" e in questo modo "costringono  alla
povert  anche  uomini  non  ignobili".  La  citt  si  riempie  di
cittadini  gravati dai debiti, di uomini degni privati dei  diritti
civili,  e  di chi, poi, soffre dell'uno e dell'altro  male:  tutti
quanti diventano "bramosi di una rivoluzione".
     Alla  fine  la  rivoluzione esplode e nasce la democrazia:  "I
poveri,   dopo   aver  riportata  la  vittoria,  ammazzano   alcuni
avversari,  altri ne cacciano in esilio e dividono con i rimanenti,
a condizioni di parit, il governo e le cariche pubbliche, e queste
vi sono determinate per lo pi col sorteggio".
     Nello  stato  democratico  regna la libert,    garantita  ad
ognuno  la  possibilit di fare ci che vuole, vi   assicurata  la
libert  di  pensiero  e  di espressione. L'idea  della  libert  
affascinante: Platone paragona lo stato democratico a "un  mantello
variopinto  ricamato a fiori di ogni sorta", un  "vero  mosaico  di
caratteri".
     Grande  il fascino della libert, ma gravi e insidiosi sono i
rischi  che  essa  comporta:  non c'  infatti  nessun  obbligo  di
assumere  cariche  di governo, anche per quanti sono  in  grado  di
governare;  e ciascun cittadino, se non ne ha voglia,   libero  di
non partecipare alla guerra anche quando questa  necessaria, o  di
non  concorrere al mantenimento della pace. Oppure - e  la  cosa  
ancora  pi grave - potranno governare e sedere in tribunale coloro
che  non sono capaci di reggere la repubblica o di amministrare  la
giustizia.
     Come   dall'oligarchia    nata  la  democrazia,  cos   dalla
democrazia  nasce  la tirannide. Come il desiderio  insaziabile  di
ricchezza  -  che  nel  regime oligarchico   considerata  il  bene
maggiore - ha portato alla rovina l'oligarchia, cos la bramosia di
libert  -  il  bene  maggiore  in  uno  stato  democratico  -  pu
distruggere la democrazia.
     L'eccesso  di  libert  si trasforma in anarchia;  dalla  vita
pubblica  si estende a quella privata e all'interno della famiglia.
I  figli  diventano  simili  al padre,  privi  di  rispetto  per  i
genitori;  i  padri  simili  ai figli,  timorosi  di  loro  anzich
autorevoli  nei loro confronti. I giovani si pongono al pari  degli
anziani,  i  maestri adulano gli scolari e gli scolari  ignorano  i
maestri.
     La  libert,  vissuta in maniera smodata, porta al  disimpegno
politico:  solo  in  pochi reggono le sorti del governo  mentre  la
massa  del  popolo,  che  detiene la sovranit,  viene  chiamata  a
decidere sempre pi raramente e spesso partecipa controvoglia  alle
assemblee.  Coloro  che  hanno  la gestione  effettiva  del  potere
sfruttano sempre pi il popolo e, in nome della libert, lo rendono
schiavo.  Ecco  allora che tra gli individui nasce  il  bisogno  di
essere   protetti  dagli  eccessi  ed    facile  trovare   qualche
"protettore",   qualcuno  che,  per  continuare  a  difendere   gli
interessi  del  popolo, chieder dapprima guardie  del  corpo,  poi
sempre  pi  potere,  trasformandosi cos ben  presto  in  tiranno.
All'inizio   il  tiranno  colmer  il  popolo  di  attenzioni,   ne
estinguer i debiti e prender altri provvedimenti
     
     p 101 .
     
     favorevoli   alle  masse.  Una  volta  ottenuto  il   consenso
governer per in maniera sempre pi dispotica e crudele,  rendendo
schiavi tutti i cittadini.(38)

